"Deadbot" e resurrezione digitale: ma di cosa si parla di preciso?
- 2 giorni fa
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L’avvento dell’intelligenza artificiale ha trasformato anche l’approccio al lutto.
Grazie ad alcune applicazioni ancora ai primordi qui in Italia, è possibile “riportare in vita” in modo virtuale il proprio caro defunto.
Animare le foto, clonare la voce o creare avatar interattivi di persone defunte questo è quanto fanno i Deadbot; regalano istanti, momenti e parole con la persona cara, creando l’illusione che si possa comunicare con l’aldilà in un mondo parallelo e ben lontano dalla realtà.
Ma è giusto sfondare questo limite solo per alimentare un'illusione?
Muoversi nella sfera del giusto o dello sbagliato, in un contesto delicato come quello del dolore, lascia aperti molti spazi in cui possono inserirsi numerose variabili. Per questo ci atterremo alla mera analisi oggettiva senza addentrarci troppo sul gioco delle parti.
Allontanare le persone dalla realtà, regalando istanti artefatti dalla tecnologia che possono momentaneamente attutire la caduta libera del dolore, ci chiediamo, non renderebbe ancora più difficile l’accettazione del lutto?
Non si incorrerebbe nel rischio di andare a creare una sorta di assuefazione, rendendo difficile poter fare a meno di qualcosa che regala un finto benessere e l'illusione che non sia cambiato nulla, e dunque arrivando poi a problemi importanti? Come quello della dipendenza, ad esempio?
I social stessi spesso vengono accusati proprio di questo: ultima la causa di una ventenne americana che ha ottenuto da Meta e Google 3 milioni di dollari quale risarcimento per averle causato dipendenza fin dall’età infantile. Ad oggi si contano numerose class action contro i maggiori colossi della Silicon Valley colpevoli di aver creato dipendenza virtuale con i loro prodotti.
Nello specifico quindi, in un momento di profonda debolezza, quale quello della scomparsa di una persona cara, non sarebbe più semplice sviluppare questa dipendenza da dispositivo creando una vana speranza che nulla possa essere cambiato quando in realtà è stato tutto completamente stravolto?
Sebbene vengano spesso venduti come un modo per "tenere vivo il ricordo", le implicazioni sono molto complesse e possono diventare problematiche. Riteniamo che non debbano essere sottovalutate.
Il processo del lutto umano è doloroso ma naturale e necessario per trasformare il legame con la persona scomparsa in un ricordo interiore.
Interagire con un avatar che risponde come se fosse vivo può alimentare la fase della negazione. Non accettare la scomparsa, non attraversare e non trasformando il dolore è qualcosa che col tempo diventa devastante.
Il rischio psicologico è esattamente quello di rimanere intrappolati nell'illusione, rifiutandosi di affrontare il vuoto lasciato dalla perdita reale.
Ma se questo servisse solo nelle prime fasi del lutto anzi fosse d'aiuto per riuscire ad attraversarlo?
Sicuramente potrebbe essere utile ma è fondamentale capire ed avere la capacità di sottrarsi al momento giusto o meglio quando ci si rende conto che non si è grado di fare a meno di quel qualcosa che lenisce sul momento ma che potrebbe far perdere il senso di controllo nella realtà.
Infine ci domandiamo ma non c'è anche un enorme dilemma etico? La persona deceduta non ha mai dato il consenso per essere trasformata in un'intelligenza artificiale.
Non si rischia di lederne il ricordo?
Come garantire che l'avatar si comporterà, parlerà o esprimerà opinioni coerenti con ciò che era la persona in vita e non si rischi di generare un semplice pupazzo con le fattezze della persona amata che a comando interagisce come meglio si desidera?
Non Sarebbe una violazione della sua identità e la sua memoria?
Ma potrebbero esistere dei lati positivi?
Gli unici contesti in cui questa tecnologia potrebbe trovare un'accettazione (parziale) sono quelli legati alla memoria storica e didattica e si tratta di un contesto educativo, non personale.
La nostra conclusione è che la tecnologia sta correndo molto più velocemente della nostra capacità di stabilire delle regole etiche. L'idea di "sconfiggere la morte" attraverso un algoritmo è mera illusione e un gioco rischioso per utenti emotivamente deboli che in qualche modo andrebbero tutelati.
Il vero omaggio a chi non c'è più rimane la cura del ricordo autentico, senza l'intermediazione di un software che imita la vita.




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